| "BEER
WARS": IL BOOM DELLE BIRRE ARTIGIANALI AMERICANE |
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| Diciamolo
subito: impossibile che venga mai tradotto in italiano.
Magari con un po' di fortuna ci sarà prima o poi la possibilità
di vederlo con sottotitoli un po' meno scarni di quelli realizzati in
occasione della proiezione avvenuta a Monza, durante la manifestazione
Carrobiolo
in Fermento. Ma vale comunque la pena di procurarsi in qualche
modo una copia di Beer
Wars, il documentario sul mercato americano della birra realizzato
nel 2008 da Anat Baron. Certo, siamo di parte: nel corso
del nostro recentissimo LocusTour negli Stati Uniti,
abbiamo potuto constatare di persona, e pur senza avere - colpevolmente
- alcun background culturale sull'argomento, lo straordinario
e crescente successo delle birre artigianali, documentato anche
nella nostra sommaria guida
ai ristoranti negli USA. Anzi: il documentario si apre proprio
con le interviste a una serie più o meno casuale di consumatori
che tracannano boccali di Samuel Adams, Fat Tire,
Anchor Steam o Blue Moon, insomma tutte
le varietà di birra da noi assaggiate (e qualcosa in più)
nel corso del nostro viaggio. |
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| Il
documentario della Baron - ex produttrice di Hollywood, consulente, executive
di una catena alberghiera e soprattutto manager di "Mike Hard's Lemonade",
diffusissimo drink alcolico - ha il pregio e il difetto di rappresentare
un punto di vista totalmente esterno al settore birrario: da
una parte, quindi, racconta lo stato dell'arte con piglio giornalistico
e divulgativo, dall'altro calca un po' troppo la mano sul tema
"Davide contro Golia", attaccando frontalmente il gigante
Anheuser-Busch e prendendo fin troppo esplicitamente le parti dei "piccoli"
birrai artigianali. Certo, le argomentazioni dell'autrice sono stringenti
e spesso è difficile non condividerle: la distribuzione
della birra, per esempio, è organizzata a uso e consumo delle grandi
industrie , che mirano a soffocare qualsiasi iniziativa privata,
producono birre standardizzate dall'aroma indistinguibile, fanno incetta
di marchi locali o d'importazione e, naturalmente, formano una lobby che
è tra i principali finanziatori delle campagne elettorali e degli
eventi sportivi di maggiore audience. Ma al di là di ogni giudizio
morale sulle "cattive" multinazionali, ciò che
colpisce è constatare quanto sia vivo nel mercato USA l'interesse
per una diversificazione del prodotto-birra, esattamente l'opposto
di quanto normalmente si imputa all'alimentazione d'oltreoceano e, potremmo
dire, all'american way of life in generale. Il consumatore, è
inequivocabile, quando ha gli strumenti per farlo punta con decisione
sul prodotto di qualità, rifiutando la serialità
e la standardizzazione. Parliamo sempre di una piccola fetta del mercato
- il 5%, comunque molto rilevante in valori assoluti - ma non è
poco, visto l'impressionante squilibrio delle forze in campo, e la tendenza
è in qualche modo rassicurante.
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