| LUGANO
WINE FESTIVAL 2010 |
|
|
Vino spillato direttamente dal cartone (ci sono le prove fotografiche) e addirittura, sacrilegio, una birra in bottiglia: ci si possono aspettare provocazioni più eclatanti da un festival dedicato al vino? Forse sì: il fatto che quel festival non si svolga in Italia, ma in Svizzera, e precisamente al Centro Esposizioni di Lugano, che ormai da anni ospita il salone della ristorazione e dell'enogastronomia Ristora, all'interno del quale è contenuto il Lugano Wine Festival. Ma andiamo con ordine. Da anni ormai si sente
parlare della Svizzera come di una nuova grande realtà
in campo enologico. A ben guardare, in realtà, citare
il vino tra i prodotti tipici della Confederazione è molto meno
azzardato di quanto si potrebbe pensare: nei cantoni francesi,
in particolare il Vallese, la vite è da secoli una delle principali
coltivazioni e i vini che ne risultano sono universalmente noti
per la loro ottima qualità, malgrado i ridotti volumi di produzione.
Più sorprendente, semmai, è che a salire agli onori
della cronaca enologica sia il Canton Ticino, regione in cui
gli spazi per la coltivazione sono davvero scarsi e la cultura del vino
tradizionalmente modesta. Negli ultimi anni, tuttavia, riviste, guide
ed esperti del settore hanno intrapreso una lenta ma costante
opera di rivalutazione dei vini elvetici, esaltando cantine e
bottiglie rossocrociate e talvolta mettendole addirittura in competizione
con le ben più blasonate realtà italiane. La Svizzera
come nuova Mecca del vino, dunque? A giudicare dalla nostra brevissima
visita al festival ticinese, più che altro una toccata e fuga,
per il momento è meglio andarci con i piedi di piombo. |
|
|
A una prima occhiata, si direbbe che il Lugano Wine Festival abbia ancora molta strada da fare, in tutti i sensi: scarsa l'affluenza di pubblico - colpa anche dell'evento ospitante, il salone Ristora, che ha davvero poco da offrire - e dunque poco visitati gli stand, che pure presentano una più che discreta varietà di ospiti italiani e stranieri. Poco valorizzati, soprattutto, i vini locali, "affogati" in mezzo a una serie di altre proposte d'oltralpe (quasi tutte le cantine svizzere, infatti, sono costrette ad affiancare l'attività di importazione a quella produttiva, per non dire il contrario). Ciò nonostante, la delegazione delle Locuste ha potuto apprezzare alcuni assaggi dei vini prodotti dalla Cantina Sociale di Mendrisio, una delle più estese della zona. Il vitigno ticinese per eccellenza, il Merlot, è presentato in diverse varietà a seconda della selezione delle uve e dell'invecchiamento: la bottiglia migliore è certamente La Trosa, risultato dell'affinamento in rovere di uve provenienti da vecchie vigne dei colli del Mendrisiotto. La "sorella minore" della cantina, la casa vinicola Monticello, offre a sua volta una linea di Merlot per tutti i gusti. Da provare la riserva Racconti, invecchiata in barrique per oltre 18 mesi. Per il resto, come si è detto, l'azienda sopravvive grazie alla commercializzazione di diversi prodotti italiani anche di gran pregio, come i vini della cantina Rivetto di Sinio d'Alba: eccellenti i Barbera Nemes (intenso e corposo) e Zio Nando (più aromatico e fruttato), merita un assaggio anche il Barolo Serralunga. Ma con le cantine del cuneese si sfonda davvero una porta aperta... |
| Terminata
la brevissima escursione nelle realtà elvetiche, siamo tornati
quasi subito a solcare le strade della viticoltura italica.
Con piacere, dobbiamo dirlo: siamo infatti caduti tra le braccia non soltanto
della ben nota Cascina
I Carpini (già incontrata al Vinix
Live!) ma anche della cooperativa Sasso
dei Lupi. Una realtà davvero atipica nel panorama
nazionale quest'azienda umbra, formata dall'unione di ben 780
piccoli viticoltori che ne fanno la più grande della regione
per dimensioni. Questa struttura consente di mantenere il legame
con la tradizione ma anche di giocare sui grandi numeri e sperimentare
iniziative "rivoluzionarie" come, per l'appunto, il vino in
cartone (un rosato decisamente bevibile). Tornando alla bottiglia, da
provare il Grechetto, sia nella versione base che nella
più profumata e strutturata variante Terzastrada.
Non ha nulla a che vedere con l'Umbria invece la buonissima Birra
del Carrobiolo, una delle due sole birre monastiche imbottigliate
in Italia: la producono i Padri Barnabiti di Monza ed è da provare
ad ogni costo. |
![]() |