| Il titolo,
bisogna ammetterlo, crea un po’ di confusione: "A tavola
con Omero" intriga ma non dice abbastanza, per un libro
che in efficacissima sintesi si occupa di tutta la cucina dell’antichità
classica , dai Greci ai Romani. Quello di Lia del Corno, in effetti,
è un libretto minuscolo che dimostra ancora meno delle sue 117
pagine ed è in vendita a soli 5 euro,
ma nonostante le dimensioni ridotte offre un compendio stringato e mai
noioso di tutto quello che sappiamo sulla cucina dei nostri antenati,
cioè, purtroppo, davvero poco.
Non è certo la prima volta che scrittori e studiosi (e il cognome
Del Corno dovrà pur dire qualcosa a tutti gli
studenti che si sono cimentati almeno una volta con il greco...) tentano
di ricostruire almeno per sommi capi la gastronomia greca e romana.
La curiosità sull’argomento è inevitabile, dal momento
che in tutte le opere letterarie dell’epoca giunte
fino a noi, comprese quelle più auliche, i riferimenti al cibo,
e alla capacità di apprezzarlo, sono innumerevoli. L’approccio
dell’autrice, piuttosto leggero e scanzonato ma filologicamente
irreprensibile, introduce al tema in modo non banale, cominciando
dalla cornice (il rituale del banchetto, gli utensili) per arrivare alle
singole portate trattate in appositi capitoli: pane,
pesce, carni, salse, verdure, dolci, frutta e vini. Completano l’opera
tre curiosi excursus dedicati al cibo nei sogni, al rapporto
tra cibo, potere e piacere e, infine, al cibo in Omero.
Quest’ultimo riferimento giustifica il titolo, ma va detto che Omero
è solo una – e neppure la più ricca – delle
tantissime fonti citate. Le più rilevanti sono
ovviamente Apicio, autore del De re coquinaria
(unico manuale di ricette romane che possediamo), e il greco Ateneo
di Naucrati che scrisse I sapienti a banchetto. Ma non
mancano citazioni di autori più o meno noti, da
Efippo a Marziale, da Linceo di Samo a Teofrasto. E c’è spazio
anche per vere e proprie ricette a base di razza o di lattuga, di calamari
o cinghiale, fino ad arrivare agli eccessi del cammello arrostito
e dell’appetitoso fenicottero al burro!
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Un libro stuzzicante che
di certo non sazierà la curiosità del lettore,
ma semmai lo spingerà ad approfondire la ricerca sui temi più
svariati, come le abitudini dei Greci e dei Romani a tavola: pranzi luculliani
(appunto) e interminabili accompagnati da canti e balli,
oppure brevi pasti da consumarsi sdraiati sul kline o sul
triclinio, da cui deriverebbe l’usanza greca di mangiare ancor
oggi pietanze tagliate in pezzi molto piccoli per facilitarne
l’ingestione in quella curiosa posizione.
Forse non scopriremo mai come mangiavano davvero i nostri avi - quelli
che potevano permetterselo - ma perlomeno grazie a queste pagine riusciremo
a sfatare i luoghi comuni come quello relativo ai Greci,
dei quali i Persiani dicevano che “terminavano il pasto quando avevano
ancora fame”: sacrilegio!
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