| Se ci
sono voluti quasi sei mesi per recensire questo libro
di Michael Pollan, non lo si deve soltanto alla nostra
inveterata pigrizia. Il fatto è che risulta davvero difficile decidere
da che parte iniziare a descrivere, o anche soltanto a classificare, un’opera
tanto ricca di spunti di riflessione, dibattito e analisi
che toccano in profondità l’oggetto del nostro lavoro e della
nostra passione: il cibo.
“Il dilemma dell’onnivoro” è, prima di tutto,
una lucida e obiettiva inchiesta sui processi produttivi
del cibo nella nostra epoca, ma è anche un saggio critico
che non si astiene da giudizi, proposte, speranze e utopie per il futuro
della nostra alimentazione; è una leggera ma acuta riflessione
filosofica sullo strettissimo rapporto (materiale e immateriale)
che ci lega alle sostanze di cui ci nutriamo; è, per finire, una
concreta esposizione, non viziata dai consueti toni apocalittici
e da prese di posizione aprioristiche, delle ragioni per le quali il modello
di sviluppo praticato nel mondo occidentale non è, alla
lettera, “sostenibile” dalla nostra civiltà. Sotto
quest’ultimo aspetto, il libro si sarebbe potuto intitolare senza
scandalo “L’uomo è una locusta”, vista la pertinenza
con cui affronta la tematica dell’insensato dispendio
(e spreco) di risorse che caratterizza l’agricoltura
e l’allevamento, ma non solo, nell’epoca
contemporanea.
Tutto ciò non
deve far pensare al libro di Pollan, edito da Adelphi (488
pagine, 28 euro) nella bella traduzione di Luigi Civalleri,
come a una lettura difficile o di registro eccessivamente “elevato”:
tutt’altro. Il tono colloquiale e scanzonato scelto
dall’autore, insieme alla periodizzazione vivace
e mai ingarbugliata, garantiscono una lettura scorrevole anche nei passi
più ostici; anzi, a sprazzi le pagine di Pollan soffrono forse
di una nota di eccessiva ingenuità che spesso
caratterizza la saggistica statunitense… ma sono solo brevi passaggi
a vuoto a fronte di un’analisi in cui l’autore, collaboratore
del "New York Times Magazine" e professore di giornalismo a
Berkeley, non tira mai indietro la penna anche davanti a problematiche
ampie e complesse che lambiscono i confini della psicologia e
della chimica, dell’antropologia e della microeconomia.
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Il volume, che si apre con una breve introduzione dal sintomatico titolo
“Il disordine alimentare americano”, è
diviso in tre parti ben distinte. La prima è “La
catena industriale: l’impero del mais”, certamente
la più interessante per la sua capacità di analizzare ed
esplicitare nei minimi dettagli una situazione pressoché sconosciuta
alla gran parte degli osservatori, distratti o disinformati. In pratica,
Pollan descrive e stigmatizza la pervasività della coltura
del mais, divenuta ormai la coltivazione quasi monopolistica
in tutti i terreni degli Stati Uniti, e la sua presenza sempre più
massiccia nell’alimentazione americana (ma non solo) sotto le forme
più diverse. Il dominio del granturco è tale che l’autore
arriva al paradosso di definire la specie umana “un
sottoprodotto lavorato del mais con le gambe”. Naturalmente non
manca un articolato esame delle cause di questo fenomeno e delle sue gravi
conseguenze. C’è proprio tutto, dalla distruzione
delle piccole economie rurali all’improprio utilizzo del mais in
eccesso, dal “riadattamento” dei bovini costretti
a nutrirsi di proteine fino agli estremi sviluppi: la diffusione dell’alimentazione
da fast food e i conseguenti disturbi alimentari di buona
parte della popolazione nordamericana. È indubbio che scaturiscano
da queste pagine le immagini più forti del libro
e le riflessioni più concrete sugli errori, e sugli orrori, delle
politiche alimentari delle nazioni industrializzate nell’ultimo
secolo. Particolarmente toccanti, a vari livelli, i paragrafi in cui l’autore
“adotta” un vitello neonato per seguirne
il percorso dallo svezzamento alla macellazione, rivelando i guasti di
un sistema tanto disumano quanto inefficiente.
Non così incisiva la seconda parte, intitolata “La
catena pastorale: l’erba”. La tematica più
ostica, la forte presenza di tecnicismi e i toni talvolta eccessivamente
utopistici rendono meno appassionanti queste pagine; soprattutto, mentre
per qualunque lettore è facile identificarsi nel consumatore vessato
e tradito dalla grande industria, non è altrettanto semplice simpatizzare
con l’autore quando lamenta i problemi dell’agricoltura
biologica che, con i suoi metodi da grande distribuzione, finisce
per essere soltanto un duplicato di quella “ufficiale”, rivelandosi
quasi altrettanto dannosa per l’ambiente e poco conveniente dal
punto di vista economico. La soluzione proposta (riscoperta
delle fattorie, dei macelli “artigianali”, dei mercatini rionali)
è affascinante, ma la sua applicazione su larga scala non convince
poi troppo; va detto, peraltro, che prima di aderirvi lo stesso Pollan
si è sottoposto a una massacrante settimana di lavoro
nell’azienda agricola Polyface spalando letame e sgozzando polli,
il che rende decisamente più credibili le sue argomentazioni.
“La catena personale: il bosco”, terza e
ultima parte, è senz’altro la più debole sul piano
dell’analisi. L’idea di realizzare una cena “fatta
in casa” contando solo sui prodotti della caccia
e della raccolta, e quindi su maiali selvatici, funghi
e vegetali che Pollan si è procurato personalmente, sembra più
un gioco che una seria alternativa di consumo, anche se si percepisce
chiaramente il divertimento sperimentato dall’autore nel metterla
in pratica! In compenso però è proprio qui che si trovano
gli spunti teorici più interessanti di tutto il
libro: dal valore culturale del cibo all’importanza dell’invenzione
della cottura, fino all’imperdibile capitolo “Il problema
etico del mangiare carne” in cui vengono affrontate senza
remore le ragioni del vegetarianesimo.
Si termina la lettura lievemente sconcertati dal volume di informazioni
ricevute, anche perché la sterminata bibliografia del volume lascia
intendere innumerevoli possibilità di approfondimento. Ma una cosa
è certa: nella misura in cui riesce a regalare una presa
di coscienza, sia pure tenue, dell’importanza di ciò
che mangiamo e di come lo mangiamo, questo libro merita senza alcun dubbio
di essere letto e “digerito”, anche dopo
sei mesi.
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