Torniamo dopo un
"anno sabbatico" a recensire uno degli immarcescibili
pilastri delle guide gastronomiche, ma non si equivochi: anche
nei dodici mesi di assenza dalle pagine del nostro sito la Bibbia della
Slow Food
ha continuato a ispirare le nostre escursioni. Le critiche
che man mano vanno emergendo, nel coro degli elogi alla più attesa
e venduta opera dell'associazione piemontese, non fanno che confermare
una verità indiscutibile: Osterie d'Italia è
ormai un classico, amato oppure odiato, ma comunque
letto da tutti quanti si occupano di ristorazione in Italia, compresi
coloro che non rientrano nella tipologia di locale
recensita dalla guida.
Notiamo subito due novità rispetto all'ultima
edizione da noi trattata (la 2005),
una positiva e una negativa. La buona notizia è che l'aumento
del numero di pagine (sono 910, grazie anche
alla presenza del Dizionario della Cucina regionale)
non corrisponde un mutamento del prezzo, da anni ormai fissato a 20,14
€. La notizia meno buona è la scomparsa
dei parametri - soprattutto il prezzo - adottati per la scelta
dei locali da inserire: almeno a prima vista, infatti, non è
indicato nessun limite massimo per quanto riguarda i costi per il cliente,
e in generale non sono (più) specificati i criteri della
definizione di Osteria. Questo non significa naturalmente che
i locali recensiti vìolino i principi già fissati dalla
storia della guida, né tantomeno che siano particolarmente costosi
(raramente si va oltre i 35 euro): tuttavia è
innegabile che l'indeterminatezza lasci spazio a qualche dubbio.
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delle critiche rivolte più frequentemente alla guida è la
presenza di un numero troppo elevato di recensioni o,
detto in altre parole, la scarsa selettività.
Un'obiezione soltanto in parte condivisibile, visto che il livello
medio delle Osterie d'Italia si è sempre mantenuto alto
negli anni. E' vero che i curatori si sono sempre rifiutati di differenziare
tra loro i locali in base a qualsiasi tipo di classificazione:
scelta opinabile ma da apprezzare per coerenza. Ad ogni buon conto, e
forse proprio per prevenire l'"indigestione", negli ultimi anni
il numero di Osterie segnalate è rimasto sostanzialmente
invariato (sono 1656).
Altra pecca, o presunta tale, della guida è il suo tenace
attaccamento alla cultura gastronomica e ai prodotti
locali: una strenua difesa che potrebbe anche avere come effetto
collaterale la stanca ripetizione della "solita"
cucina, senza più margini né possibilità di
rinnovamento. La curatrice Paola Gho ha ben
presente questo rischio, al quale dedica gran parte della sua introduzione,
ma tuttavia non ha intenzione di cambiare strada: "Tra i due corni
estremi - creatività spinta, de-strutturazione del piatto (...)
da una parte, e sclerotizzazione del menu di tradizione ridotto a una
quaterna di piatti tipici dall'altra - esiste una zona intermedia,
per ora grigia e alquanto buia, che può diventare luminosa, interessante
per chi mangia e gratificante per chi cucina. A patto che si scavi, si
aggiunga, si dia fondo alle possibilità che i ricettari
regionali offrono".
Chiudiamo con qualche curiosità: tra le tante nuove entrate
c'è anche un ristorante recentemente visitato dalle Locuste, la
Nuova Osteria Tripoli di San
Giorgio di Mantova. Molte le novità nella zona di nostra competenza:
l'Osteria del Gatto Rosso a Brissago Valtravaglia
(VA), la Trattoria dei Cacciatori a Basiglio
(MI), il Ristorante Santo Stefano a Lenno
(CO) e due locali di Milano, La Pesa e L'Altra
Pharmacia. Ma ad attirarci è soprattutto l'Agriturismo
Il Camoscio di Monteviasco (VA), a due passi
- per modo di dire visto che ci si arriva solo a piedi dopo un'ora di
cammino - dal già noto Il Tasso.
Notiamo invece con dispiacere la "bocciatura" dell'Antica
Osteria La Guercia di Pesaro.
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