| "LA
RAVA E LA FAVA", BUSTO ARSIZIO DIVENTA SLOW |
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sei anni dal nulla a una delle guide più prestigiose d’Italia.
Sarebbe una parabola certo esaltante, ma quasi “normale” se
il ristorante in questione non fosse l’osteria “La
Rava e la Fava” e soprattutto se non si trovasse a Busto
Arsizio, il che rende la sua ascesa praticamente un miracolo.
Ne è ben conscio il proprietario e chef Fabio Rivolta
(nella foto), che fin dai saluti mette subito in chiaro le cose
commentando l’inserimento del suo locale nella guida “Osterie
d’Italia 2009” edita da Slow
Food: «E’ una grandissima soddisfazione,
soprattutto perché ottenuta in una zona non semplice». E
questo, come purtroppo sappiamo, è un eufemismo. |
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Il
nome sull’insegna, come dice lo stesso chef, «rispecchia
un po’ la filosofia del locale: sia perché
è legato a un detto tipico del territorio, sia perché dà
l’idea di due persone che si incontrano e chiacchierano,
raccontandosi appunto “la rava e la fava”, quindi anche cose
apparentemente superflue, e si prendono tutto il tempo necessario
magari davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Ecco, questo
è il nostro modo di fare: non mettiamo fretta ai clienti, non ci
interessa certo fare il “doppio turno” alla
sera… è anche un po’ una filosofia “slow”,
se vogliamo». |
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Infine
l’ultimo dettaglio che ha contribuito al successo: i prezzi,
ancora oggi contenuti sui 35-40 euro per un pasto completo - il che, tra
l’altro, rappresenta o dovrebbe rappresentare un criterio di selezione
fondamentale della guida Slow Food. Una dimostrazione del fatto che è
possibile fare della ristorazione di alta qualità
restando accessibili per tutte le tasche: «Certamente sì –
conferma Rivolta – si tratta solo di considerare il giusto
rapporto qualità-prezzo. Non dico che si debba rinunciare
al guadagno, ma ci si può accontentare, è chiaro che poi si
tratta di scelte personali. Vedo spesso ricarichi sui vini
che mi sembrano davvero esagerati, anche perché rispetto al vino
in fondo il nostro lavoro si limita al portare la bottiglia in tavola e
stapparla…». Un punto di vista che purtroppo non tutti condividono, tanto che secondo Rivolta l’errata politica dei prezzi è una delle cause principali del desolante panorama della ristorazione in provincia di Varese, nel quale la Rava e la Fava rappresenta una vera e propria isola felice. «Non c’è cultura della ristorazione – commenta desolato lo chef – prevale la volontà di guadagno e i prezzi sono poco onesti, probabilmente si bada poco alla qualità. Ma i tempi del guadagno facile sono finiti: i clienti si sono un po’ “svegliati” e a fregarsi con le proprie mani ci vuole poco. Troppo spesso vedo locali che aprono e chiudono o cambiano gestione nel giro di uno, due anni». E allora? «Lo spazio per fare qualcosa c’è, come siamo riusciti noi possono farcela altri: l’importante è avere amore per quello che si fa, non ci si inventa cuochi da un giorno all’altro e neanche ristoratori, anche se quest’ultimo termine mi sta un po’ stretto». Mancano anche manifestazioni ad hoc per valorizzare i locali della zona, come quella tentata qualche anno fa e poi abortita a Gallarate: «Se si cercasse di fare qualcosa, partecipare sarebbe interessante, così com’è stato importante prendere parte al BA Book (il festival del libro organizzato a Busto Arsizio negli ultimi due anni, n.d.r.) che ci ha offerto un’occasione per promuovere la nostra attività attraverso un’associazione tra cucina e cultura». |
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| Parlando
del territorio della provincia il discorso si allarga anche ai produttori,
che quasi sempre brillano per la loro assenza nelle grandi manifestazioni
nazionali e anche nei circuiti commerciali. Qui la situazione
è meno tragica ma comunque poco esaltante: «Qualche prodotto
c’è - spiega Rivolta - ma quello che manca è la pubblicizzazione
delle aziende, non si sa mai a chi rivolgersi. Ad esempio ci sono
i caprini della Valcuvia, le tome di capra di Lainate che
però ho conosciuto solo attraverso un servizio in tv; recentemente
sono entrato in contatto con un contadino a cavallo tra le province di Como
e Varese che produce patate, verze e cavolfiori. Ma sono scoperte
totalmente casuali: bisognerebbe organizzare meglio la
filiera, basterebbe anche solo un censimento per creare una lista
dei produttori a cui rivolgersi». Tirando le somme, il settore non è certamente al massimo del suo splendore ma neppure c’è da strapparsi i capelli: «Indubbiamente c’è un calo legato alla crisi economica, ma con una buona politica dei prezzi si riesce ad andare avanti. La differenza si vede non tanto nella quantità di persone che frequenta il ristorante quanto nella quantità di ciò che mangiano. Credo però che questo testimoni anche un cambiamento nelle abitudini: nei giorni lavorativi si tende a consumare pasti più leggeri. Anche per questo ha molto successo la nostra proposta di vini al calice (di solito 5 rossi, 3 bianchi e 3 passiti), che funziona molto bene proprio perché molti non vanno oltre un piatto e un bicchiere di vino». L’ultimo accenno è ai progetti per il futuro: anche se il menu, come si è detto, comprende piatti di origine eterogenea, qualche tentativo in direzione della cucina “a chilometro zero” si sta facendo, e in particolare sono già in atto i contatti con un’azienda di Magnago che alleva mucche di razza piemontese. Un ulteriore passo verso quella filosofia slow che, finalmente, sembra iniziare a mettere radici anche in lande finora assai poco ospitali per la buona cucina… |
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