| SALONE
DEL GUSTO 2008 |
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| Limone
Interdonato e prosciutto di San Daniele, mele dei Monti Sibillini
e trippa di Moncalieri, miele polacco e caciocavallo
di Frosolone, carciofi bianchi di Pertosa e capocollo di Martina
Franca: sono solo una minima parte dei sapori e dei profumi rimasti indelebilmente
impressi nella memoria di chi ha avuto l’occasione e la fortuna
di visitare, tra il 23 e il 27 ottobre, l’edizione
2008 del Salone
del Gusto, la manifestazione biennale indetta da Slow
Food tenutasi al Lingotto di Torino. |
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“Viaggio
alle radici del gusto” è il claim del Salone di quest’anno,
che trova spiegazione nella profonda compenetrazione con la manifestazione
gemella Terra
Madre, il meeting internazionale delle comunità del
cibo in cui oltre 7000 tra agricoltori, allevatori, pescatori
e altri lavoratori del settore alimentare provenienti da
tutto il mondo si sono incontrati per condividere i rispettivi saperi
e per discutere delle problematiche della propria comunità. Temi,
è inutile dirlo, sempre più caldi, portati alla ribalta sia
dalla crisi economica in corso, sia dall’imminenza
dell’Expo 2015 che a Milano verterà proprio
sul tema dell’alimentazione. Per questi motivi l’attenzione mediatica rivolta al Salone è stata ben superiore rispetto alle precedenti edizioni e gli organizzatori non hanno mancato di sfruttare l’occasione, innanzitutto piazzando proprio all’inizio del percorso di visita la Strada Maestra: una serie di stand e installazioni che poneva l’accento sui temi cari a Slow Food, dalla giustizia sociale alla sostenibilità, dalla lotta agli sprechi al rispetto dell’ambiente (tutta la manifestazione è stata realizzata con tecniche e materiali a basso consumo, e ovunque campeggiavano contenitori per la raccolta differenziata). Un Salone programmaticamente pedagogico, alla ricerca di un consumo più consapevole, il cui contenuto si riassume in tre parole: educa, tutela, promuove. Proprio questo filone “educativo” è una delle novità principali che si è trovato di fronte chi era stato ospite delle precedenti edizioni, ma non è certo l’unica. Tra le più interessanti si segnalano i Mercati della Terra, una rete di mercati locali che promuove e distribuisce i prodotti delle zone d’appartenenza; le Cucine di Strada, bancarelle di specialità “da passeggio” come il kebab, la focaccia di Recco, la trippa fiorentina e l’eccezionale bombetta pugliese; la Piazza della Birra, in cui sono rappresentate le birrerie artigianali italiane e straniere; e Pensa che Mensa, un’area di sperimentazione con l’obiettivo di assicurare la qualità anche nella distribuzione dei pasti quotidiani in aziende, scuole e luoghi di lavoro. |
La prima sensazione
resta comunque, per il visitatore appena giunto a Torino, quella di un
bambino fortunato la mattina di Natale. Troppi i “doni” da
scartare, troppe le degustazioni guidate da non perdere,
troppi i motivi di interesse, troppe le iniziative collaterali:
dai Master of Food alla Banca del Vino, dagli Incontri con l’autore
agli appuntamenti per le scuole (“Orto in condotta”).
Una strada dispersiva, ma ammaliante, è quella di lasciarsi rapire
da profumi e sapori, navigando liberamente prima nel Mercato,
in cui trovano posto piccoli e grandi produttori da tutta Italia e dall’estero,
e poi nella zona dei Presìdi Slow Food, in cui
sono rappresentati i prodotti che per qualità e caratteristiche
di lavorazione sono contrassegnati da un neonato marchio di garanzia.
Più di 300 quest’anno i Presìdi,
con un’ampia rappresentanza dall’estero: 3 asiatici, 10 africani
e 29 dall’America Latina. |
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Tutto
perfetto, dunque? Tutto buono, pulito e giusto? Quasi.
Di fronte alla debordante varietà di cibi, di gusti e di modalità
di alimentazione, allo straordinario arricchimento culturale derivante
da questo momento di reciproco scambio e conoscenza, di fronte alla realizzazione
di un sogno apparentemente impossibile (perché
il racchiudere in uno spazio e in un tempo così angusto le antichissime
storie di tanti popoli e tante generazioni non può essere altro
che tale), un dubbio rimane: siamo davvero pronti a rinunciare a tutto
questo nel nome del pur benemerito localismo, della difesa della
tradizione, della sostenibilità? Oppure la “globalizzazione”
– per usare un termine ormai logoro – è penetrata nelle
nostre abitudini così profondamente che della contaminazione
e della multiculturalità, intesa come risorsa
per migliorarsi e non certo come occasione di scontro, non possiamo davvero
più fare a meno? |
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